Mancava un pezzo.

Hai la camera a soqquadro, con una montagna di vestiti distribuiti su due letti. Fai la caccia al tesoro per trovare due stracci degni di essere indossati, perché neanche ti ricordi l’ultima volta in cui hai avviato una lavatrice. Sudi e smadonni finché una maglietta bianca salta fuori per salvarti la serata. Ed è nella stessa sera che un mentecatto in bici ti passa con la ruota sulle scarpe, insultandoti, ché ormai i marciapiedi sono piste ciclabili e tu-stronzo-scànsati. Arrivi in anticipo al cinema, gli amici sono in ritardo, leggi tutte le locandine, passi in rassegna i froci che escono dal primo spettacolo e ti convinci che no, non vive in questa città il tuo futuro marito. Ti rimane ancora del tempo per scrivere un post senza contenuti, attraversare la strada schivando una merda e accomodarti in sala a film già iniziato.
Ma è stato un bel film.

China. Non l’amica di Brenda.

Dopo New York,  e l’entusiasmo da small town boy profuso in tutti i mari e in tutti i laghi, c’è stata Shanghai. E poi Singapore.

Shanghai è quel posto in cui ne vedi tante di cose. Costruiscono un grattacielo di millemila piani in meno di un semestre. Tengono gli squali – vivi – nell’acquario di una discoteca al ventiquattresimo piano. I taxi costano talmente poco, ma talmente poco che, per quanto uno si impegni prendendolo anche per attraversare la strada, non si riesce mai a spendere più di cinque euro. I tassisti non parlano, non sentono e non leggono nessuna lingua all’infuori del loro cinese. Per nessuna lingua intendo neanche il cinese non madrelingua. Puoi aver studiato 20 anni cinese, niente, loro non ti capiscono. I negozi di lusso sono di lusso. Per esempio, il negozio di Chanel al Peninsula somiglia all’idea di paradiso che avevo da bambino, con gli angeli magri che portano tracolline matelassé al posto delle ali e candide camelie al posto del cuore. E’ tutto scintillante e tutto favolosamente costoso. Poi giri l’angolo e trovi un botteghino fetido con la signora che ci vive dentro, nel senso che sono aperti notte e giorno e hanno la brandina dietro al bancone. Giri un altro angolo e ti ritrovi dentro un centro commerciale squallidissimo, con centinaia di negozi grandi la metà di un garage, dove ti vendono tutto il falsificabile possibile (borse, orologi, scarpe, vestiti, spille e presumo anche organi interni a buon mercato). People’s Square è talmente grande che Piazza Duomo a Milano ti sembra grande quanto camera tua. La French Concession, il quartiere residenziale con meravigliose vie alberate, le case basse e antiche, e gli antiquari economici. Gli expat non si mischiano coi cinesi. Ma forse sono più i cinesi a non mischiarsi con gli expat, come in italia, come nel resto del mondo. Li noti solo perché sono tantissimi. Alcuni di loro sputano ovunque, ruttano. Per alcuni intendo la loro minoranza, che corrisponde pressappoco a un numero pari all’intera popolazione italiana. Quindi troppi sputatori liberi. Insomma, è tutto esagerato. Nel bene e nel male.

Singapore. La Svizzera d’Oriente. Efficientissima, pulitissima, noiosissima. Esteticamente perfetta, grattacieli immersi nel verde, uccelli tropicali sull’asfalto, fiumi veri e artificiali. Un immenso parco giochi per ricchi, dove non puoi fumare camminando, ma solo vicino a posaceneri giganti, dove non vedi un mozzicone di sigaretta in un raggio di chilometri. Dove però se sei maschio e ti piace il pisello vai in carcere per due anni. Dove però se sei donna e ti piace la patata stai più serena, ché almeno non è reato. Trentaquattro gradi costanti, con il mille per cento di umidità. Sudi respirando. Dimagrisci sudando.