«My only ambition in life is to wear size 28 jeans.»

Oggi è stata una giornata particolarmente pregna di cibo (quando mai), buon vino bianco (quando mai), tante risata (quando mai). Al pranzo sono seguite lunghe ore dedicate a una sana digestione e momenti particolarmente impegnati, quali la visione del documentario Lagerfeld Confidential. Ora, il documentario in sé non è niente di memorabile (d’altronde, non vedo perché aspettarsi di più) ed è una versione alquanto noiosa di quello che tutte le persone con un sano senso delle priorità (io, cioè) hanno imparato a recitare a memoria un giorno sì e l’altro pure. Kaiser Karl, però, regge tutto con le sue punchline, i suoi (pare 70) iPod e i suoi millemila anelli. Descrive una madre bizzarra e irresistibile – cui presumo dobbiamo cotanto genio – e liquida tutti quelli che vorrebbero attribuire una qualche utilità sociale alla moda con un laconico «If you want social justice, be a civil servant. Fashion is ephemeral, dangerous and unfair.»

La faccio breve. Da New York.

Capire molte cose, dopo quattro giorni che sono qui:

Che i tassisti non capiscono nulla, qualsiasi cosa tu dica, in qualsiasi lingua tu la esprima. Ma costano così poco che sarebbe davvero un peccato non usarli.

Che il picco massimo del concetto di meltin pot è rappresentato dal fatto che le peggio vestite convivono pacificamente con le meglio vestite. Il rispetto verso il brutto è inversamente proporzionale a quello per i fumatori: ogni volta che accendi una sigaretta non ti senti in ordine, ogni volta che finisci una sigaretta vorresti ingoiarne il filtro per non buttarla per terra. Credo che riuscirei persino a smettere, se mi finanziaste un trasferimento di almeno un anno solare da queste parti.

Che il Meatpacking district è bellissimo. C’è già chi dice che non è più cool (che presumo sia l’ennesima declinazione dell’era meglio quando si stava peggio), ma siccome io l’ho scoperto e visto adesso, sappiate che per il prossimo quinquennio fracasserò i coglioni su quanto è cool il Meatpacking. C’è tutto quello di cui si può avere urgenza: un Apple store (uno dei tanti, non uno solo a Carugate), lo Spice Market, Pastis, il Chelsea Market, lo Standard Grill (col cameriere mio promesso sposo), e tante altre cose, al fatturato delle quali prometto di contribuire durante le mie prossime visite.

Infine, prima ancora del MoMa, ho visto l’epicentro di Miuccia a Soho. E, una volta uscito, alla prima connessione WiFi disponibile, ho sentito il bisogno impellente di aderire al gruppo caring about fashion and pop culture doesn’t make me any less intellectual.

Ho visto miriadi di altre cose, ma c’ho sonno.