La stronzaggine degli angeli.

È un’intervista molto bella e rivelatrice. Di cosa? Della stronzaggine degli angeli. Non solo ricordano a Giorgia Palmas il nonno che vuole ancora ballare – ma non può, perché? perché è morto – non solo perché fanno sciopero e ci privano i palinsesti di Caterina Balivo, ma soprattutto perché pigliano un grande sensitivo inglese (mica uno qualunque, uno che si telefonava con Diana Spencer) e, di tutti i posti sul pianeta terra, lo mandano a Sciacca ad amare un parrucchiere. Senza passare dal via. Ringraziandoli inoltre per l’esistenza di Lorena Bianchetti (non può non essere merito loro), vi lascio alla lettura. Qui.

Grazie a M.

MonteKira Sixty*

Del mio trasloco ha parlato persino Letterman, quindi siete tutti più o meno sul pezzo. Sento però l’esigenza di comunicarvi le prime impressioni, a tre settimane dall’insediamento nella nuova residenza.

La palazzina è invero graziosa e ben popolata: uno showroom al piano terra con venditrici secche e ben vestite,  belle piante all’ingresso, una betoniera messa lì sulla destra che fa tanto desàin, 4 biciclette parcheggiate sulla sinistra a denunciare l’attenzione degli inquilini all’ambiente e una portineria ben arredata, della quale vi parlerò tra qualche riga. Anche gli abitanti del palazzo sembrano esser stati scelti con minuziosa cura: ci sono quelli che non senti mai, come se non esistessero, insomma quelli normali e quelli più rumorosi: c’è la coppia che si accinge a divorziare (dall’ultima lite è emerso che «i figli sono i miei, la casa resta a me e tu ti levi dai coglioni»), la famiglia felice in cui il figlio adolescente esprime quanto sia stronza la madre che sbandiera ai quattro venti «il frigorifero, dovevi pulire il frigorifero, non fai mai un cazzo!», l’altra famiglia davvero felice che quando scende le scale al mattino somiglia molto alla carica di gnu che ha calpestato e ammazzato il Re Leone. Ma, dicevo, la portineria, nella persona della portinaia. Immaginate Carmen Maura, ma un po’ più aggressiva, capello liscio e corvino, munita di erre moscia e Jack Russell Terrier anch’esso aggressivo, che ti aggredisce fin dal primo giorno. Lei è tanto carina, disponibile ma la sua qualità principale s’è manifestata già dal secondo giorno: riesce a romperti i coglioni su ogni cosa, e per ogni intendo davvero la qualunque. Sempre con estrema educazione e simpatia, eh. Usa una tecnica molto sottile: io non ti spiego le cose, così tu sbagli e io ti riprendo sottolineando che potevi chiedere a me prima di fare quello che hai fatto, che hai sicuramente fatto male. La differenziata: hai degli scatoloni di carta, che fai? Li pieghi e li metti nel bidone bianco colla scritta carta. Il giorno dopo lei ti dice «abbiamo cominciato male, eh no, gli scatoloni vanno messi appoggiati al muro là dietro. Basta chiedermelo prima se non sapete dove metterli». Ma noi non sapevamo di non sapere. La seconda volta, forte dell’esperienza e perché sei un tipo molto intelligente, gli scatoloni li metti appoggiati al muro là dietro. Il giorno dopo lei ti dice «eh no, gli scatoloni vanno legati tutti insieme, non appoggiati uno accanto all’altro, liberi». E via andare, ti tira scemo su tutto: sulla bicicletta che non deve passare da dietro il pilastro ma dal davanti, come fosse una macchina anche se macchina non è, sull’ombrello che hai dimenticato il giorno prima sul pianerottolo e che lei ti sequestra, su tante altre cose che sicuramente si verificheranno e sulle quali siamo impazienti di esser redarguiti.

Detto ciò, il resto va a meraviglia. Prendo il tram tutte le mattine e mi si stanno spalancando mondi meravigliosi. Nel bene e nel male.

*Il titolo del post è una roba che capiamo in 5, poco interessante per gli altri 5 che leggono.

«E i ragazzi del trasloco per fare in fretta la trattavano male»

Uno torna dalle ferie, riprende a lavorare, un nuovo lavoro e un’immane tragedia: cambiare casa. Il trasloco. Otto anni da passare in rassegna, anni da buttare e anni da impacchettare. Più scatole fai e più ne servono. Più sacchi neri riempi e più ne servono. Già dopo tre scatoloni realizzi le grandi verità che nessuno ti ha mai detto. Che tendi a non buttare niente: per niente intendo neanche gli scontrini del 1993, nemmeno le carte d’imbarco del 2001, neanche il tappo della sciampagna stappata al tuo ventesimo compleanno. Tendi a conservare il sapere accademico: appunti dei tempi dell’università di materie mai studiate a dovere, dispense di esami poi rimossi dal piano di studi, libri immondi su discipline immonde in cui hai preso voti immondi. Tendi a farti un archivio vintage che di vintage non ha niente: magliette mai messe e che mai metterai, pantaloni mai messi  e che mai metterai, mutande, beh, mutande che vi risparmio. Ho visto capispalla di cui rinnego la paternità, calzature delle quali non posso riferire. Tendi a conservare una memoria fotografica che ha il solo scopo di umiliarti: foto che ti ricordano quando riuscivi a essere più brutto di oggi, più mal vestito di oggi, da farti venir voglia di entrare in quelle fotografie solo per prendere a sberle quell’adolescente che di bello aveva solo la pelle.

Poi arriva un momento in cui ritrovi delle chicche. Che ti commuovono. Una borsa di Miu Miu, il tuo primo acquisto costoso, la prima borsa di studio ben investita. E 80 euro persi chissà quando, che pazienti ti hanno aspettato tanti anni, solo per essere più sapientemente spesi.

Va bene, tutti hanno traslocato nella vita, ma io proprio non meritavo tanto sbattimento.

Assistenti di volo prepararsi al decollo.

Sono da poco passate le cinque del mattino, è ancora buio per dire, e ho già sfiorato un overbooking dopo che nell’ultima settimana Alitalia mi ha chiamato tre volte per convincermi a cambiare volo, offrendomi niente meno che un voucher da 75 euro se avessi abbandonato il comodo volo diretto da un’ora e quaranta minuti per un più comodo volo, due giorni dopo, con scalo a Roma, partenza alle sei del mattino e arrivo nel primo pomeriggio.
Una famiglia di rumorosissimi filippini, munita di figlie in sovrappeso dotate di PS2 con evidentemente il tasto mute non funzionante.
Famiglie autoctone fortemente disorientate dalla vastità di questo aeroporto che conta ben: un banco check-in, un unico accesso per i controlli di sicurezza e, udite udite, un unico gate. Numero di voli in programma per le prossime 5 ore: uno.
Dicevo, tutto questo e non è ancora sorto il sole. Ma Linate è vicina e non dovrei fare scalo. Non mi sono venduto, per 75 euro.

Da Avatar a Lady Pantera, senza il minimo sforzo e in buona compagnia.

Settimana pesante. Le bestemmie non hanno arrecato il conforto sperato, il freddo è stato quanto mai freddo, le attività ricreative poche ma buone. Tra queste, la scoperta del mio nuovo modello di riferimento che risponde al nome di Lady Pantera, e tutto il dibattito che ne è conseguito: quanto sarebbe stato bello e più di livello se, anziché la compianta Brenda, avessimo avuto Lady Pantera coinvolta nel caso Marazu? Cioè, lei a Porta a Porta che mena gli altri ospiti insultandoli sarebbe stata davvero una cosa epica, davvero una cosa degna dell’enciclopedia della TV (se esiste). Il risultato raggiunto, comunque, è che ormai da 4 giorni parlo con accento brasiliano e sono diventato più volgare di quanto già non fossi. Altro passaggio gradevole è stata la gita, accompagnato da tre adorabili individui, ad un cinema multisala di quelli lontanissimi dal centro di Milano (parliamo di km), a 67 sale, dentro un colossale centro commerciale. Dopo una breve sosta per rifocillarci, chez  fast-food Giovanni Rana (non un semplice ossimoro letterario, ma reale), entriamo al cinema. Proiezione: Avatar. Fine della proiezione: svariate ore a seguire. Mia recensione: Pocahontas 2.0. Voglio dire, i film brutti sono altri, siam tutti d’accordo, però dopo la prima scena sapevi già come sarebbe andato a finire, quello che sarebbe successo, dove andavano a parare i cattivi, dove andavano a sbatter le corna i buoni. Nel mezzo, quelle mille mila metafore da fiaba con altrettante mille mila chiavi d’interpretazione. Il difetto più grande, però, la durata. Lungo, talmente lungo che, una volta uscito, mi sembrava di essere già a Febbraio, già 27enne.

A parte le due belle parentesi sopra, la settimana è stata immonda. Sgradevolissima. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, avrei dovuto capirlo alla fine del weekend precedente, quando, come ho già scritto altrove, ho realizzato che per quanto uno si impegni a bere la sera prima, arriva poi facebook il giorno dopo a riportarti alla dura realtà dei fatti. Con richieste di amicizia da catalogare in Tipi con cui ho limonato e che ricordavo decisamente più carini.  Lo sprezzo del pericolo mi ha però sempre contraddistinto. E stasera si torna sulla scena del delitto.

Breve resoconto di un soggiorno, nella Punta dello Stivale, non giunto neanche a metà della sua durata.

Anche quest’anno, le Hogan ortopediche (so che hanno un nome, ma ho sempre rifiutato di memorizzarlo, apprendimento selettivo presumo) si confermano prepotentemente come best seller di stagione. Per fortuna, i 21° di temperatura media hanno evitato il manifestarsi delle orde di Moncler (fake e semi-fake) a cui eravamo abituati. Ci sono però dei vantaggi a conoscere bene i costumi (da  intendersi come guardaroba) di un luogo nel quale si sta andando: tra questi, arrivare in aeroporto, fare il check-in e dirigersi al gate senza bisogno di guardare i monitor delle partenze, seguendo semplicemente i look e le vocali aperte . Le Timberland volano verso il Nord, le Hogan e le Rucoline – abbinate spesso a never-full-bag monogrammate – inesorabilmente verso il Sud, le Louboutin hanno voli principalmente internazionali. Esistono le eccezioni, ovviamente, come la Peek-a-boo che aspettava di essere imbarcata per Lamezia Terme. Gli svantaggi, comunque, risultano di gran lunga maggiori: una signora che, con buona pace della sicurezza e a causa dell’incompetenza della hostess di terra, si infila nel pulmino che ci porta sull’aereo con il biglietto del volo successivo e, con una tonalità di voce pronta a sfondare il muro del suono e con idioma non locale, rende tutti noi partecipi della furbata. Una volta a bordo iniziano le classiche tarantelle pre-natalizie su dove posizionare i bagagli a mano: c’è la tizia che ha comprato e incartato una batteria di pentole al completo, un altro con il peluche dello yeti in scala 1:1, insomma il concetto di bagaglio a mano va a farsi benedire, così come il mio panettone di Cova che finisce pressato, ammaccato e sgualcito, perdendo inesorabilmente tutto il suo fascino glam di costoso panettone per palati ricchi. Poi c’è chi, nostalgico delle gite scolastiche delle medie, ha il bisogno imprescindibile di viaggiare accanto all’amico del cuore, alla cugina, al conoscente perso di vista tanti anni prima e ritrovato all’imbarco: altra tarantella per far tutti contenti. Poi si decolla, 100 minuti di volo con il neonato che piange tre file più in là (neonato in senso strettissimo, sarà nato la stessa mattina, però proprio non si poteva non tornare dai parenti per le feste), e si atterra in uno degli aeroporti più piccoli del Paese, coi palazzi abusivi a 8 piani costruiti a bordo pista. Dopo 4 giorni di soggiorno, 2 kg presi (miglior regalo di Natale che potessi farmi) e una favolosa selezione di amici e parenti, ma di quelli che rivedi davvero volentieri, a rendere tutto più sopportabile. Anche se il 6 gennaio non è certo dopodomani.