MonteKira Sixty*

Del mio trasloco ha parlato persino Letterman, quindi siete tutti più o meno sul pezzo. Sento però l’esigenza di comunicarvi le prime impressioni, a tre settimane dall’insediamento nella nuova residenza.

La palazzina è invero graziosa e ben popolata: uno showroom al piano terra con venditrici secche e ben vestite,  belle piante all’ingresso, una betoniera messa lì sulla destra che fa tanto desàin, 4 biciclette parcheggiate sulla sinistra a denunciare l’attenzione degli inquilini all’ambiente e una portineria ben arredata, della quale vi parlerò tra qualche riga. Anche gli abitanti del palazzo sembrano esser stati scelti con minuziosa cura: ci sono quelli che non senti mai, come se non esistessero, insomma quelli normali e quelli più rumorosi: c’è la coppia che si accinge a divorziare (dall’ultima lite è emerso che «i figli sono i miei, la casa resta a me e tu ti levi dai coglioni»), la famiglia felice in cui il figlio adolescente esprime quanto sia stronza la madre che sbandiera ai quattro venti «il frigorifero, dovevi pulire il frigorifero, non fai mai un cazzo!», l’altra famiglia davvero felice che quando scende le scale al mattino somiglia molto alla carica di gnu che ha calpestato e ammazzato il Re Leone. Ma, dicevo, la portineria, nella persona della portinaia. Immaginate Carmen Maura, ma un po’ più aggressiva, capello liscio e corvino, munita di erre moscia e Jack Russell Terrier anch’esso aggressivo, che ti aggredisce fin dal primo giorno. Lei è tanto carina, disponibile ma la sua qualità principale s’è manifestata già dal secondo giorno: riesce a romperti i coglioni su ogni cosa, e per ogni intendo davvero la qualunque. Sempre con estrema educazione e simpatia, eh. Usa una tecnica molto sottile: io non ti spiego le cose, così tu sbagli e io ti riprendo sottolineando che potevi chiedere a me prima di fare quello che hai fatto, che hai sicuramente fatto male. La differenziata: hai degli scatoloni di carta, che fai? Li pieghi e li metti nel bidone bianco colla scritta carta. Il giorno dopo lei ti dice «abbiamo cominciato male, eh no, gli scatoloni vanno messi appoggiati al muro là dietro. Basta chiedermelo prima se non sapete dove metterli». Ma noi non sapevamo di non sapere. La seconda volta, forte dell’esperienza e perché sei un tipo molto intelligente, gli scatoloni li metti appoggiati al muro là dietro. Il giorno dopo lei ti dice «eh no, gli scatoloni vanno legati tutti insieme, non appoggiati uno accanto all’altro, liberi». E via andare, ti tira scemo su tutto: sulla bicicletta che non deve passare da dietro il pilastro ma dal davanti, come fosse una macchina anche se macchina non è, sull’ombrello che hai dimenticato il giorno prima sul pianerottolo e che lei ti sequestra, su tante altre cose che sicuramente si verificheranno e sulle quali siamo impazienti di esser redarguiti.

Detto ciò, il resto va a meraviglia. Prendo il tram tutte le mattine e mi si stanno spalancando mondi meravigliosi. Nel bene e nel male.

*Il titolo del post è una roba che capiamo in 5, poco interessante per gli altri 5 che leggono.

«E i ragazzi del trasloco per fare in fretta la trattavano male»

Uno torna dalle ferie, riprende a lavorare, un nuovo lavoro e un’immane tragedia: cambiare casa. Il trasloco. Otto anni da passare in rassegna, anni da buttare e anni da impacchettare. Più scatole fai e più ne servono. Più sacchi neri riempi e più ne servono. Già dopo tre scatoloni realizzi le grandi verità che nessuno ti ha mai detto. Che tendi a non buttare niente: per niente intendo neanche gli scontrini del 1993, nemmeno le carte d’imbarco del 2001, neanche il tappo della sciampagna stappata al tuo ventesimo compleanno. Tendi a conservare il sapere accademico: appunti dei tempi dell’università di materie mai studiate a dovere, dispense di esami poi rimossi dal piano di studi, libri immondi su discipline immonde in cui hai preso voti immondi. Tendi a farti un archivio vintage che di vintage non ha niente: magliette mai messe e che mai metterai, pantaloni mai messi  e che mai metterai, mutande, beh, mutande che vi risparmio. Ho visto capispalla di cui rinnego la paternità, calzature delle quali non posso riferire. Tendi a conservare una memoria fotografica che ha il solo scopo di umiliarti: foto che ti ricordano quando riuscivi a essere più brutto di oggi, più mal vestito di oggi, da farti venir voglia di entrare in quelle fotografie solo per prendere a sberle quell’adolescente che di bello aveva solo la pelle.

Poi arriva un momento in cui ritrovi delle chicche. Che ti commuovono. Una borsa di Miu Miu, il tuo primo acquisto costoso, la prima borsa di studio ben investita. E 80 euro persi chissà quando, che pazienti ti hanno aspettato tanti anni, solo per essere più sapientemente spesi.

Va bene, tutti hanno traslocato nella vita, ma io proprio non meritavo tanto sbattimento.