Mentire sapendo di mentina.

Non ci sono settimane della moda uomo né look incredibilmente-sobri di Anna Dello Russo che tengano di fronte all’intrattenimento che il Presidente ci sta regalando. Vengono sfornate meraviglie a una velocità tale da far fatica a starci dietro. Nell’attesa di farci le magliette con la scritta «Per lui Noemi è la pupilla io sono il culo» (la comunità gay non l’ha ancora ben recepita e digerita, ma riassume mondi), poco fa ho immediatamente rivalutato una delle battute più sceme della Storia. Quella che dà il titolo al post.  «È più intimo fare la nannina a seggiolina stretti stretti, con la mentina in bocca, che far sesso. […] Lui la chiama la nannina. Gli piace addormentarsi “a seggiolina”, abbracciati.» Insomma, una Manna dal cielo. Il resto qui.

Tacere. Per non morire.

Quelli che al mattino sul tram parlano con la madre, il padre, i figli, la fidanzata, il fidanzato, la cugina, la vicina di casa, la filippina, la maestra, con chiunque insomma, ecco, questi devono essere messi ai domiciliari e uscire solo dopo aver partecipato a esercitazioni coatte sul tema Smettere di parlare è facile se sai come fare. Smettere di puzzare ancora più facile.

De l'Evian, s'il vous plaît.

Realizzare che quella è la città dove vorrei vivere, invecchiare e morire, nonostante il freddo, nonostante il vento (freddo). Nonostante Colette sia tutto un involucro meraviglioso con dentro niente di più che una bella selezione di CD e tecnologie di nicchia, pochissimi vestiti e tantissimi commessi. Lo realizzi appena arrivi a Charles de Gaulle, dove le hostess di terra non ti biascicano in romanesco, appena percorri i primi cento metri nel Marais e ti accorgi che il modello di borsa dominante è fatto in matelassé+catena+doppia C, appena percorri i primi cinque metri di Rue St. Honoré e vedi che il modello di scarpe dominante è fatto in suola rossa, appena entri nel bar più scrauso e il modello di acqua dominante è comunque l’Evian, e le cameriere in servizio sono le cameriere meglio vestite del pianeta. Prosegui le tue serate nei locali, dove tutti ti danno confidenza (no, a Milano è proibito approcciare ed essere approcciato da chiunque sia lì nello stesso locale in cui sei tu, con più o meno gli stessi fini), dove hai il privilegio di sperimentare il tuo picco di popolarità alla vigilia dei 27 anni, sentendoti per un paio d’ore il più figo del mondo. Continui a realizzarlo nelle visite ai musei, con tutto il programma di storia dell’arte del liceo appeso alle pareti, nella stronzagine dei camerieri che, quando ti diletti ad abbozzare un ordine in francese, ti rispondono comunque in inglese, perché sei cheap, o lo pronunci bene o stat’ a casa. Lo realizzi per la quantità inenarrabile di fighi e fighe strepitose che incontri bevendo il tè al Café de Flore, dove Anna dello Russo c’è stata la settimana prima, vestita Balmain e dicendo sicuramente le sue irresistibili eresie con cadenza pugliese. Al quarto giorno, ti chiudono su un aereo alle 19:15, ti sequestrano per tre ore perché l’aereo ha la fusoliera ammaccata (ulteriori spiegazioni non pervenute), con gli steward isterici che non riesco a infilare i cappotti tra un bagaglio e l’altro nelle cappelliere e, oltre 4 ore dopo, ti ritrovi a Malpensa. Ti ritrovi nella quasi realtà che avevi lasciato. Perché per arrivare alla vera realtà ti mancano ancora 85 euro di corsa taxi. Questo per dire che Parigi ha decisamente incontrato le mie preferenze.

Da Avatar a Lady Pantera, senza il minimo sforzo e in buona compagnia.

Settimana pesante. Le bestemmie non hanno arrecato il conforto sperato, il freddo è stato quanto mai freddo, le attività ricreative poche ma buone. Tra queste, la scoperta del mio nuovo modello di riferimento che risponde al nome di Lady Pantera, e tutto il dibattito che ne è conseguito: quanto sarebbe stato bello e più di livello se, anziché la compianta Brenda, avessimo avuto Lady Pantera coinvolta nel caso Marazu? Cioè, lei a Porta a Porta che mena gli altri ospiti insultandoli sarebbe stata davvero una cosa epica, davvero una cosa degna dell’enciclopedia della TV (se esiste). Il risultato raggiunto, comunque, è che ormai da 4 giorni parlo con accento brasiliano e sono diventato più volgare di quanto già non fossi. Altro passaggio gradevole è stata la gita, accompagnato da tre adorabili individui, ad un cinema multisala di quelli lontanissimi dal centro di Milano (parliamo di km), a 67 sale, dentro un colossale centro commerciale. Dopo una breve sosta per rifocillarci, chez  fast-food Giovanni Rana (non un semplice ossimoro letterario, ma reale), entriamo al cinema. Proiezione: Avatar. Fine della proiezione: svariate ore a seguire. Mia recensione: Pocahontas 2.0. Voglio dire, i film brutti sono altri, siam tutti d’accordo, però dopo la prima scena sapevi già come sarebbe andato a finire, quello che sarebbe successo, dove andavano a parare i cattivi, dove andavano a sbatter le corna i buoni. Nel mezzo, quelle mille mila metafore da fiaba con altrettante mille mila chiavi d’interpretazione. Il difetto più grande, però, la durata. Lungo, talmente lungo che, una volta uscito, mi sembrava di essere già a Febbraio, già 27enne.

A parte le due belle parentesi sopra, la settimana è stata immonda. Sgradevolissima. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, avrei dovuto capirlo alla fine del weekend precedente, quando, come ho già scritto altrove, ho realizzato che per quanto uno si impegni a bere la sera prima, arriva poi facebook il giorno dopo a riportarti alla dura realtà dei fatti. Con richieste di amicizia da catalogare in Tipi con cui ho limonato e che ricordavo decisamente più carini.  Lo sprezzo del pericolo mi ha però sempre contraddistinto. E stasera si torna sulla scena del delitto.

Geni creativi e finanze precarie.

Siamo ormai a meno di una settimana dalla Dura Settimana – e qui ringrazio Anna Wintour per rompere talmente il cazzo per farla durare appena quattro giorni – durante la quale non sarà possibile trovare un taxi neanche a pagarlo oro, durante la quale l’autostima conoscerà, come puntualmente accade a cadenza semestrale, i suoi minimi storici grazie alle orde di modelli che infestano le poche vie da me frequentate in questa città. E, dicevo, a meno di una settimana realizzo, grazie al mio coinquilino (che ha un occhio molto lungo, ma non lo sa ancora), che tutte le settimane della moda a venire non avranno più senso per me, perché io la mia decisione l’ho fatta, e tutto quello che vorrei indossare da qui all’eternità è qui. Scoprire poi, con molto meno entusiasmo e poesia, che un bottone Balmain costa quanto un capospalla Lanvin elevato al quadrato e realizzare di avere, adesso, un vero motivo per diventar ricchi. Nell’attesa, non resta che arrangiarsi con le mode minori.

Effetti collaterali di un abusivismo per il quale non esiste alcuna sanatoria. L'abusare del proprio ego.

Categorie dello spirito in cui ci si imbatte lasciando il culo a casa meno del dovuto:

L’Arrizzacazzi: impiegare 72 ore per rispondere, con messaggio non richiesto, ad una mitragliata di complimenti fatti in stato pre-coma etilico e musica assordante in sottofondo; mitragliata di complimenti che avrebbe lasciato indifferente chiunque altro, ma non il soggetto arrizzacazzi. A onor di cronaca: per essere arrizzacazzi bisogna essere fighi e, il soggetto in questione, lo è oltre misura. Lo è, punto. Questo per dire che bisogna esserne, in una certa misura, titolati. Arrizzacazzi non ci si improvvisa.

L’eterno adolescente nato prima dei ’70: è il soggetto che, tra tutti i numerosissimi soggetti che non sono stati in grado di reggere l’urto del tempo, ha avuto la scellerata incoscienza di ancorare il suo look (?), la sua attitudine a quella difficile e fastidiosa fase regressiva umana che è l’adolescenza. L’eterno adolescente nato prima dei ’70 va a ballare e importuna noi che l’adolescenza l’abbiamo salutata ieri l’altro.

Temo seguiranno altre puntate, il mondo è bello perché è avariato.