«Le interviste di Miuccia Prada sono tutte uguali.»

Questa invece no. Incollo qui di seguito il passaggio che più ho amato, che più condivido, che più tutto.

È vero che è più facile trovare una persona che capisca d’arte che una che capisca di moda?

“Verissimo. Non c’è paragone. Di moda non capisce quasi niente nessuno, con la profondità richiesta. Un conto è la moda come immaginario sociale o fenomeno di costume. Ma la moda, come fare le penne o le macchine, è una questione di migliaia di dettagli. Quando mi chiedono “Come si fa a vestirsi bene?”, rispondo: studia”.

Il resto qui.

Qualora invece voleste far parte di quel grandioso circolo culturale e di contenuti che è il fan club delle sue caviglie, qui.

Ribadirne il genio.

La netta differenza tra Lei e gli altri non sta solo nell’aver saputo creare un mondo nel quale riconoscersi, un mondo cui aspirare. E neanche nell’essere sempre due o tre stagioni in anticipo su tutto e tutti.  La differenza sta soprattutto nell’essere Lei, prima ancora che una designer, un’intellettuale del nostro tempo. Un formidabile aggregatore di talenti e intuizioni che ti fa sentire più intelligente che magra quando la indossi (cit.).  Nelle scuole dei miei sogni, oltre a cinque ore di dizione a settimana, ci sono almeno dieci ore di cultura pop con  proiezioni delle sfilate  e gite scolastiche agli Epicentri della Signora Prada. Oltre al resto, ovviamente.

Even the entertainment was cast with a brainy bent. “They’re a great myth,” a beaming Miuccia Prada said of the Pet Shop Boys as Neil Tennant broke into “Suburbia” onstage. “They’re deep, pop intellectuals.” Qui.

«You don’t lip-sync like those other girls»

Ieri sera, durante lo Spettacolo di Lady Gaga, mi sono venute in mente milioni di cose da scrivere. Le ho rimosse quasi tutte nelle due ore esatte spese al gelo dopo il concerto, aspettando dei maledettissimi autobus navetta in mezzo a migliaia di persone con pochissimi neuroni a loro disposizione. C’era il marito che cercava di tirare la moglie sul pullman impedendo agli altri di salire, la folla inferocita e da me capitanata che lo insultava, una cretina bionda che esponeva bizzare teorie sull’improbabile prolungamento di orario della metropolitana, amici gelati e affamati coi quali ridere per la disperazione e i piedi in cancrena. Oggi quindi ricordo ben poco.  Solo che è stato uno spettacolo meraviglioso, che Lady Gaga ha persino una bella voce, che non è né magra né bella, né mai ben vestita ma solo travestita, che mangia le teste alle barbie lanciate sul palco mentre saluta nonno Gìuseppi che – poraccio – ha stirato le gambe qualche mese prima. Ha cambiato travestimento talmente tante volte che dopo la prima ora ho perso il conto. E se ho perso il conto io vuol dire che erano davvero tanti quei costumi. Ma più numerosi dei cambi d’abito sono stati i monologhi. Parla, straparla, ringrazia mille mila volte i piccoli mostri, racconta di quand’era al liceo ed era la nerdy in mezzo alle Bergdorf blondes dell’Upper-East-Side, quelle che la prendevano in giro perché culona e mal vestita, quelle che ora probabilmente sono in mezzo agli oltre 24 milioni di utenti facebook che hanno cliccato like nella sua fan page. Ennesima sintesi della rivincita delle cesse, seppur nate ricche e logisticamente avvantaggiate nel cuore di quell’isoletta minore che risponde al nome di Manhattan. E’ genio e finta-sregolatezza, persino quando si atteggia a matta e dissociata, andando ben oltre il senso del ridicolo, dà l’impressione  di farlo in modo ragionato. Quando poi ha cantato Speechless, per me che ho una cultura musicale talmente irrilevante che forse solo di calcio ne capisco meno, è stato bellissimo vederla compiere un’impresa titanica: svecchiare, seppur solo per trenta secondi, Giorgio Armani. Negli stessi istanti ricevevo un sms da un amico, allontanatosi momentaneamente per bere, con scritto «ti sta ferendo, vero?». Purtroppo, puntuale come sempre la batteria dell’iPhone è morta due secondi dopo, ma avrei voluto rispondere «Vabbè, ma McQueen è morto. Era perfetto, ma è morto». E se sposi il mainstream mica telefoni a Gareth Pugh.

Beyond blonde.

Da ieri esiste Amazon Italia. E proprio ieri pomeriggio, in preda a una voglia matta e disperatissima di leggere qualcosa di impegnato e formativo,  su consiglio di una brava maestra ho comptrato questo.  Stamattina era già sulla mia scrivania. Poco fa ho aperto una pagina a caso e ho riso molto.

When I first moved to New York after college, this cute guy, a twenty-seven-year-old movie director (who’d never actually directed a movie) told me I “needed a Brazilian here.” Considering the position of his head at the time, which I’m way too polite to reveal, I thought it was très peculiar that he was proposing that a man of Latin origin should put his head in the same place. “Chad!” I said. “Why would you want a Brazilian here as well as you?” (I mean, not to be racist or anything, but one foreigner a time.)

La faccio breve. Da New York.

Capire molte cose, dopo quattro giorni che sono qui:

Che i tassisti non capiscono nulla, qualsiasi cosa tu dica, in qualsiasi lingua tu la esprima. Ma costano così poco che sarebbe davvero un peccato non usarli.

Che il picco massimo del concetto di meltin pot è rappresentato dal fatto che le peggio vestite convivono pacificamente con le meglio vestite. Il rispetto verso il brutto è inversamente proporzionale a quello per i fumatori: ogni volta che accendi una sigaretta non ti senti in ordine, ogni volta che finisci una sigaretta vorresti ingoiarne il filtro per non buttarla per terra. Credo che riuscirei persino a smettere, se mi finanziaste un trasferimento di almeno un anno solare da queste parti.

Che il Meatpacking district è bellissimo. C’è già chi dice che non è più cool (che presumo sia l’ennesima declinazione dell’era meglio quando si stava peggio), ma siccome io l’ho scoperto e visto adesso, sappiate che per il prossimo quinquennio fracasserò i coglioni su quanto è cool il Meatpacking. C’è tutto quello di cui si può avere urgenza: un Apple store (uno dei tanti, non uno solo a Carugate), lo Spice Market, Pastis, il Chelsea Market, lo Standard Grill (col cameriere mio promesso sposo), e tante altre cose, al fatturato delle quali prometto di contribuire durante le mie prossime visite.

Infine, prima ancora del MoMa, ho visto l’epicentro di Miuccia a Soho. E, una volta uscito, alla prima connessione WiFi disponibile, ho sentito il bisogno impellente di aderire al gruppo caring about fashion and pop culture doesn’t make me any less intellectual.

Ho visto miriadi di altre cose, ma c’ho sonno.