«My only ambition in life is to wear size 28 jeans.»

Oggi è stata una giornata particolarmente pregna di cibo (quando mai), buon vino bianco (quando mai), tante risata (quando mai). Al pranzo sono seguite lunghe ore dedicate a una sana digestione e momenti particolarmente impegnati, quali la visione del documentario Lagerfeld Confidential. Ora, il documentario in sé non è niente di memorabile (d’altronde, non vedo perché aspettarsi di più) ed è una versione alquanto noiosa di quello che tutte le persone con un sano senso delle priorità (io, cioè) hanno imparato a recitare a memoria un giorno sì e l’altro pure. Kaiser Karl, però, regge tutto con le sue punchline, i suoi (pare 70) iPod e i suoi millemila anelli. Descrive una madre bizzarra e irresistibile – cui presumo dobbiamo cotanto genio – e liquida tutti quelli che vorrebbero attribuire una qualche utilità sociale alla moda con un laconico «If you want social justice, be a civil servant. Fashion is ephemeral, dangerous and unfair.»

Slavinia Borromeo

Il suo stilista preferito, oltre ad Armani? «Intanto vesto Armani sempre volentieri: ha uno stile semplice, pulito; certi suoi tailleur sono incredibili. Mi piace Dior. Poi dico Valentino. Straordinario. L’abito del mio matrimonio era suo. Il velo invece era antico: in casa ce lo tramandiamo da generazioni».

Avere poche idee ma confuse. Essere comunque una ragazza ricca, sufficientemente magra e proporzionalmente alta da poter dire, con una certa convinzione, che l’eleganza è «Una cosa innata. Se non ce l’hai non te la puoi dare».

L’eccitante resto qui.

De l'Evian, s'il vous plaît.

Realizzare che quella è la città dove vorrei vivere, invecchiare e morire, nonostante il freddo, nonostante il vento (freddo). Nonostante Colette sia tutto un involucro meraviglioso con dentro niente di più che una bella selezione di CD e tecnologie di nicchia, pochissimi vestiti e tantissimi commessi. Lo realizzi appena arrivi a Charles de Gaulle, dove le hostess di terra non ti biascicano in romanesco, appena percorri i primi cento metri nel Marais e ti accorgi che il modello di borsa dominante è fatto in matelassé+catena+doppia C, appena percorri i primi cinque metri di Rue St. Honoré e vedi che il modello di scarpe dominante è fatto in suola rossa, appena entri nel bar più scrauso e il modello di acqua dominante è comunque l’Evian, e le cameriere in servizio sono le cameriere meglio vestite del pianeta. Prosegui le tue serate nei locali, dove tutti ti danno confidenza (no, a Milano è proibito approcciare ed essere approcciato da chiunque sia lì nello stesso locale in cui sei tu, con più o meno gli stessi fini), dove hai il privilegio di sperimentare il tuo picco di popolarità alla vigilia dei 27 anni, sentendoti per un paio d’ore il più figo del mondo. Continui a realizzarlo nelle visite ai musei, con tutto il programma di storia dell’arte del liceo appeso alle pareti, nella stronzagine dei camerieri che, quando ti diletti ad abbozzare un ordine in francese, ti rispondono comunque in inglese, perché sei cheap, o lo pronunci bene o stat’ a casa. Lo realizzi per la quantità inenarrabile di fighi e fighe strepitose che incontri bevendo il tè al Café de Flore, dove Anna dello Russo c’è stata la settimana prima, vestita Balmain e dicendo sicuramente le sue irresistibili eresie con cadenza pugliese. Al quarto giorno, ti chiudono su un aereo alle 19:15, ti sequestrano per tre ore perché l’aereo ha la fusoliera ammaccata (ulteriori spiegazioni non pervenute), con gli steward isterici che non riesco a infilare i cappotti tra un bagaglio e l’altro nelle cappelliere e, oltre 4 ore dopo, ti ritrovi a Malpensa. Ti ritrovi nella quasi realtà che avevi lasciato. Perché per arrivare alla vera realtà ti mancano ancora 85 euro di corsa taxi. Questo per dire che Parigi ha decisamente incontrato le mie preferenze.

Che se avesse avuto le brioches, le avrebbe offerte ai passeggeri.

Non capisco la notizia. In un mondo giusto ed equo avrebbe forse dovuto far la fila in mezzo agli impiegati pendolari e prendere sottobraccio gravide e vecchie presenti a bordo? Suvvìa, in un mondo giusto ed equo, sarebbe stata meno magra, meno ricca, meno bionda.