Assistenti di volo prepararsi al decollo.

Sono da poco passate le cinque del mattino, è ancora buio per dire, e ho già sfiorato un overbooking dopo che nell’ultima settimana Alitalia mi ha chiamato tre volte per convincermi a cambiare volo, offrendomi niente meno che un voucher da 75 euro se avessi abbandonato il comodo volo diretto da un’ora e quaranta minuti per un più comodo volo, due giorni dopo, con scalo a Roma, partenza alle sei del mattino e arrivo nel primo pomeriggio.
Una famiglia di rumorosissimi filippini, munita di figlie in sovrappeso dotate di PS2 con evidentemente il tasto mute non funzionante.
Famiglie autoctone fortemente disorientate dalla vastità di questo aeroporto che conta ben: un banco check-in, un unico accesso per i controlli di sicurezza e, udite udite, un unico gate. Numero di voli in programma per le prossime 5 ore: uno.
Dicevo, tutto questo e non è ancora sorto il sole. Ma Linate è vicina e non dovrei fare scalo. Non mi sono venduto, per 75 euro.

China. Non l’amica di Brenda.

Dopo New York,  e l’entusiasmo da small town boy profuso in tutti i mari e in tutti i laghi, c’è stata Shanghai. E poi Singapore.

Shanghai è quel posto in cui ne vedi tante di cose. Costruiscono un grattacielo di millemila piani in meno di un semestre. Tengono gli squali – vivi – nell’acquario di una discoteca al ventiquattresimo piano. I taxi costano talmente poco, ma talmente poco che, per quanto uno si impegni prendendolo anche per attraversare la strada, non si riesce mai a spendere più di cinque euro. I tassisti non parlano, non sentono e non leggono nessuna lingua all’infuori del loro cinese. Per nessuna lingua intendo neanche il cinese non madrelingua. Puoi aver studiato 20 anni cinese, niente, loro non ti capiscono. I negozi di lusso sono di lusso. Per esempio, il negozio di Chanel al Peninsula somiglia all’idea di paradiso che avevo da bambino, con gli angeli magri che portano tracolline matelassé al posto delle ali e candide camelie al posto del cuore. E’ tutto scintillante e tutto favolosamente costoso. Poi giri l’angolo e trovi un botteghino fetido con la signora che ci vive dentro, nel senso che sono aperti notte e giorno e hanno la brandina dietro al bancone. Giri un altro angolo e ti ritrovi dentro un centro commerciale squallidissimo, con centinaia di negozi grandi la metà di un garage, dove ti vendono tutto il falsificabile possibile (borse, orologi, scarpe, vestiti, spille e presumo anche organi interni a buon mercato). People’s Square è talmente grande che Piazza Duomo a Milano ti sembra grande quanto camera tua. La French Concession, il quartiere residenziale con meravigliose vie alberate, le case basse e antiche, e gli antiquari economici. Gli expat non si mischiano coi cinesi. Ma forse sono più i cinesi a non mischiarsi con gli expat, come in italia, come nel resto del mondo. Li noti solo perché sono tantissimi. Alcuni di loro sputano ovunque, ruttano. Per alcuni intendo la loro minoranza, che corrisponde pressappoco a un numero pari all’intera popolazione italiana. Quindi troppi sputatori liberi. Insomma, è tutto esagerato. Nel bene e nel male.

Singapore. La Svizzera d’Oriente. Efficientissima, pulitissima, noiosissima. Esteticamente perfetta, grattacieli immersi nel verde, uccelli tropicali sull’asfalto, fiumi veri e artificiali. Un immenso parco giochi per ricchi, dove non puoi fumare camminando, ma solo vicino a posaceneri giganti, dove non vedi un mozzicone di sigaretta in un raggio di chilometri. Dove però se sei maschio e ti piace il pisello vai in carcere per due anni. Dove però se sei donna e ti piace la patata stai più serena, ché almeno non è reato. Trentaquattro gradi costanti, con il mille per cento di umidità. Sudi respirando. Dimagrisci sudando.

La faccio breve. Da New York.

Capire molte cose, dopo quattro giorni che sono qui:

Che i tassisti non capiscono nulla, qualsiasi cosa tu dica, in qualsiasi lingua tu la esprima. Ma costano così poco che sarebbe davvero un peccato non usarli.

Che il picco massimo del concetto di meltin pot è rappresentato dal fatto che le peggio vestite convivono pacificamente con le meglio vestite. Il rispetto verso il brutto è inversamente proporzionale a quello per i fumatori: ogni volta che accendi una sigaretta non ti senti in ordine, ogni volta che finisci una sigaretta vorresti ingoiarne il filtro per non buttarla per terra. Credo che riuscirei persino a smettere, se mi finanziaste un trasferimento di almeno un anno solare da queste parti.

Che il Meatpacking district è bellissimo. C’è già chi dice che non è più cool (che presumo sia l’ennesima declinazione dell’era meglio quando si stava peggio), ma siccome io l’ho scoperto e visto adesso, sappiate che per il prossimo quinquennio fracasserò i coglioni su quanto è cool il Meatpacking. C’è tutto quello di cui si può avere urgenza: un Apple store (uno dei tanti, non uno solo a Carugate), lo Spice Market, Pastis, il Chelsea Market, lo Standard Grill (col cameriere mio promesso sposo), e tante altre cose, al fatturato delle quali prometto di contribuire durante le mie prossime visite.

Infine, prima ancora del MoMa, ho visto l’epicentro di Miuccia a Soho. E, una volta uscito, alla prima connessione WiFi disponibile, ho sentito il bisogno impellente di aderire al gruppo caring about fashion and pop culture doesn’t make me any less intellectual.

Ho visto miriadi di altre cose, ma c’ho sonno.

De l'Evian, s'il vous plaît.

Realizzare che quella è la città dove vorrei vivere, invecchiare e morire, nonostante il freddo, nonostante il vento (freddo). Nonostante Colette sia tutto un involucro meraviglioso con dentro niente di più che una bella selezione di CD e tecnologie di nicchia, pochissimi vestiti e tantissimi commessi. Lo realizzi appena arrivi a Charles de Gaulle, dove le hostess di terra non ti biascicano in romanesco, appena percorri i primi cento metri nel Marais e ti accorgi che il modello di borsa dominante è fatto in matelassé+catena+doppia C, appena percorri i primi cinque metri di Rue St. Honoré e vedi che il modello di scarpe dominante è fatto in suola rossa, appena entri nel bar più scrauso e il modello di acqua dominante è comunque l’Evian, e le cameriere in servizio sono le cameriere meglio vestite del pianeta. Prosegui le tue serate nei locali, dove tutti ti danno confidenza (no, a Milano è proibito approcciare ed essere approcciato da chiunque sia lì nello stesso locale in cui sei tu, con più o meno gli stessi fini), dove hai il privilegio di sperimentare il tuo picco di popolarità alla vigilia dei 27 anni, sentendoti per un paio d’ore il più figo del mondo. Continui a realizzarlo nelle visite ai musei, con tutto il programma di storia dell’arte del liceo appeso alle pareti, nella stronzagine dei camerieri che, quando ti diletti ad abbozzare un ordine in francese, ti rispondono comunque in inglese, perché sei cheap, o lo pronunci bene o stat’ a casa. Lo realizzi per la quantità inenarrabile di fighi e fighe strepitose che incontri bevendo il tè al Café de Flore, dove Anna dello Russo c’è stata la settimana prima, vestita Balmain e dicendo sicuramente le sue irresistibili eresie con cadenza pugliese. Al quarto giorno, ti chiudono su un aereo alle 19:15, ti sequestrano per tre ore perché l’aereo ha la fusoliera ammaccata (ulteriori spiegazioni non pervenute), con gli steward isterici che non riesco a infilare i cappotti tra un bagaglio e l’altro nelle cappelliere e, oltre 4 ore dopo, ti ritrovi a Malpensa. Ti ritrovi nella quasi realtà che avevi lasciato. Perché per arrivare alla vera realtà ti mancano ancora 85 euro di corsa taxi. Questo per dire che Parigi ha decisamente incontrato le mie preferenze.

Breve resoconto di un soggiorno, nella Punta dello Stivale, non giunto neanche a metà della sua durata.

Anche quest’anno, le Hogan ortopediche (so che hanno un nome, ma ho sempre rifiutato di memorizzarlo, apprendimento selettivo presumo) si confermano prepotentemente come best seller di stagione. Per fortuna, i 21° di temperatura media hanno evitato il manifestarsi delle orde di Moncler (fake e semi-fake) a cui eravamo abituati. Ci sono però dei vantaggi a conoscere bene i costumi (da  intendersi come guardaroba) di un luogo nel quale si sta andando: tra questi, arrivare in aeroporto, fare il check-in e dirigersi al gate senza bisogno di guardare i monitor delle partenze, seguendo semplicemente i look e le vocali aperte . Le Timberland volano verso il Nord, le Hogan e le Rucoline – abbinate spesso a never-full-bag monogrammate – inesorabilmente verso il Sud, le Louboutin hanno voli principalmente internazionali. Esistono le eccezioni, ovviamente, come la Peek-a-boo che aspettava di essere imbarcata per Lamezia Terme. Gli svantaggi, comunque, risultano di gran lunga maggiori: una signora che, con buona pace della sicurezza e a causa dell’incompetenza della hostess di terra, si infila nel pulmino che ci porta sull’aereo con il biglietto del volo successivo e, con una tonalità di voce pronta a sfondare il muro del suono e con idioma non locale, rende tutti noi partecipi della furbata. Una volta a bordo iniziano le classiche tarantelle pre-natalizie su dove posizionare i bagagli a mano: c’è la tizia che ha comprato e incartato una batteria di pentole al completo, un altro con il peluche dello yeti in scala 1:1, insomma il concetto di bagaglio a mano va a farsi benedire, così come il mio panettone di Cova che finisce pressato, ammaccato e sgualcito, perdendo inesorabilmente tutto il suo fascino glam di costoso panettone per palati ricchi. Poi c’è chi, nostalgico delle gite scolastiche delle medie, ha il bisogno imprescindibile di viaggiare accanto all’amico del cuore, alla cugina, al conoscente perso di vista tanti anni prima e ritrovato all’imbarco: altra tarantella per far tutti contenti. Poi si decolla, 100 minuti di volo con il neonato che piange tre file più in là (neonato in senso strettissimo, sarà nato la stessa mattina, però proprio non si poteva non tornare dai parenti per le feste), e si atterra in uno degli aeroporti più piccoli del Paese, coi palazzi abusivi a 8 piani costruiti a bordo pista. Dopo 4 giorni di soggiorno, 2 kg presi (miglior regalo di Natale che potessi farmi) e una favolosa selezione di amici e parenti, ma di quelli che rivedi davvero volentieri, a rendere tutto più sopportabile. Anche se il 6 gennaio non è certo dopodomani.